Storia

Apud Sanctum Petrum – formazione sacerdotale ungherese nella Città Eterna (secolo XVI – 1928)

La presenza ecclesiastica ungherese a Roma ha sempre potuto contare su una forte continuità, sin dagli inizi della storia del nostro Stato, come peraltro ricordano al passante anche le memorie dell’ospizio del pellegrino ungherese nell’Urbs, esistente fino al 1776, e dell’annessa chiesa nazionale. Dopo il Concilio di Trento (1545–1563) apparve parimenti naturale che Roma divenisse una delle sedi più importanti della formazione sacerdotale.

Non disponendo di un nostro seminario a Roma, inizialmente gli allievi venivano indirizzati al Collegio Germanico (Collegium Germanicum). All’incirca nello stesso periodo venne istituito il Collegio Ungherese (Collegium Hungaricum), grazie allo zelo del gesuita István Szántó (Arator), un tempo allievo del Germanicum. Secondo i suoi progetti, il nuovo istituto si sarebbe dovuto insediare nel monastero dei paolini ungheresi, che stava per essere chiuso, e nella chiesa di Santo Stefano Rotondo sul monte Celio. La fondazione venne approvata dal pontefice il 1° marzo 1579. Papa Gregorio XIII istituì il 13 aprile 1580, con la bolla Ita sunt humana, il Collegium Germanicum et Hungaricum, il Collegio Germanico ed Ungarico a tutt’oggi esistente. L’accorpamento venne attuato in primo luogo al fine di una razionalizzazione.

Ferenczy Valér: Fraknói Vilmos (1843–1924), 1917 (Pápai Magyar Intézet, Róma)

Valér Ferenczy: Vilmos Fraknói (1843-1924), 1917 (Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese, Roma)

Quando nel 1881 venne aperto l’Archivio Segreto Vaticano, tra i primi a essere fondato fu l’Istituto Storico Ungherese, che ai temi di ricerca concernenti la Chiesa assegnava ovviamente un ruolo chiave. Il principale promotore e organizzatore dell’Istituto Storico fu lo storico e canonico di Nagyvárad (oggi Oradea in Romania) Vilmos Fraknói (Frankl) (1843–1924), che a proprie spese fece costruire una villa a Roma da utilizzare per le finalità dell’istituto.

Un nuovo collegio ecclesiastico verso l’autonomia (1928–1940)

Quando nel 1927 lo Stato ungherese acquistò nel centro della Città Eterna il prestigioso Palazzo Falconieri in via Giulia 1, l’Accademia d’Ungheria in Roma che si era appena costituita portò avanti l’eredità del Fraknói, assicurando spazio sin dagli esordi anche alla sezione ecclesiastica, che inaugurò la sua attività nell’anno accademico 1928/1929, con sede in un edificio legato al nome di Francesco Borromini (1599–1667), architetto fondamentale del barocco italiano. Il primo a dirigere l’Istituto fu monsignor Ferenc Luttor, della diocesi di Veszprém.

La sezione ecclesiastica, situata al secondo piano di Palazzo Falconieri, ampiamente autonoma sin dalle origini in virtù del suo carattere specifico, intraprese ben presto la strada di una progressiva indipendenza. Tenendo conto delle proposte di Ferenc Luttor il principe primate d’Ungheria Jusztinián Serédi, arcivescovo di Esztergom (1927–1945), e il ministro per il culto e la pubblica istruzione Kuno Klebelsberg (1922–1931) si incontrarono per trattare, ponendo come obiettivo l’organizzazione di un istituto in grado di accogliere 10–12 chierici, che avrebbe mantenuto la gestione in comune con l’Accademia, ricevendo però una normativa a parte. Nel frattempo Ferenc Luttor riuscì a ottenere l’autorizzazione a disporre di una cappella cosiddetta semipubblica, fulcro della vita ecclesiastica all’interno della sezione e idonea alla celebrazione della santa messa e anche di altri riti nel palazzo. Il cardinale Francesco Marchetti Selvaggiani, vicario generale competente di papa Pio XI (Achille Ratti, 1922–1939), con autorizzazione da lui rilasciata il 17 novembre 1931 approvò l’oratorium semipublicum che, secondo le annotazioni del tempo, aveva due altari.

Serédi Jusztinián bíboros, hercegprímás Gerevich Tibor akadémiai igazgató és Luttor Ferenc superior társaságában, 1930 körül (Prímási Levéltár, Esztergom)

Il cardinale Jusztinián Serédi, principe primate, in compagnia del direttore dell’Accademia Tibor Gerevich e del superior Ferenc Luttor, 1930 circa (Archivio Primaziale, Esztergom).

La Congregazione dei Seminari e le Università degli Studi (oggi Congregazione per l’Educazione Cattolica), sulla base di un’istanza di Jusztinián Serédi inserì l’istituto tra i collegi ecclesiastici, ovvero tra le domus piae di Roma, l’8 giugno 1939: esso conseguiva in tal modo l’autonomia ai sensi del diritto canonico, cui da molto tempo aspirava, con il nome di Collegio Ecclesiastico Ungherese in Urbe (Collegium Ecclesiasticum Hungarorum in Urbe).

La fondazione e i primi anni del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese (1940–1948)

Grazie all’istanza del cardinale Jusztinián Serédi e al suo supporto, la Congregazione dei Seminari e le Università degli Studi competente, in nome e per autorità di papa Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939–1958), fondò il Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese (Pontificium Institutum Ecclesiasticum Hungaricum in Urbe), che oggi viene chiamato con denominazione colloquiale anche Pontificio Istituto Ungherese (in ungherese: PMI, acronimo di Pápai Magyar Intézet; nome completo Pápai Magyar Egyházi Intézet).

A Pápai Magyar Egyházi Intézet alapítólevele, 1940 (Pápai Magyar Egyházi Intézet Levéltára, Róma)

Il decreto di fondazione del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese, 1940 (Archivio del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese, Roma)

Nei primi anni della guerra il Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese operò con continuità. Nel 1943 il Regno d’Italia uscì dalla guerra e i tedeschi occuparono Roma. Il ministro plenipotenziario presso la Santa Sede Gábor Apor rimase al suo posto, su personale richiesta del reggente, fino al 6 giugno 1944, cioè fino alla liberazione della città, ma l’Ungheria ordinò il rimpatrio ai tutti i componenti della sua rappresentanza sia politica sia culturale. Di conseguenza Ferenc Luttor rimase solo a dirigere Palazzo Falconieri. In un documento bilingue, italiano e tedesco, datato 25 settembre 1943 il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano certificava che l’Istituto dipendeva dalla Congregazione e che, pertanto, poteva essere perquisito o confiscato soltanto su autorizzazione della Congregazione medesima. Dato che i tedeschi continuavano a garantire la neutralità del Vaticano, l’attestazione sostanzialmente assegnava la qualifica di ‛casa protetta’ all’edificio rimasto deserto, del quale dal 1° gennaio 1944 il rettore Luttor assunse anche ufficialmente la direzione pro tempore. Dopo la partenza del plenipotenziario Gábor Apor, Luttor rimase come unico agente diplomatico ungherese a Roma e rivestì anche le funzioni di capo della missione diplomatica, con il rango di inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

Grazie alla fiducia che il nuovo principe primate, il cardinale József Mindszenty, arcivescovo di Esztergom (1945–1973), riponeva in Gedeon Péterffy, ex allievo di Luttor a Roma, questi gli successe nella carica di rettore. Pur avendo ottenuto sin dall’estate del 1946 la nomina a direttore, appoggiata anche dal ministro per il culto e della pubblica istruzione, la presa in consegna dell’Istituto avvenne solamente il 15 gennaio 1947. Il 14 luglio 1947 Ferenc Luttor scriveva, oramai da Buenos Aires, al suo successore: «Apprendo con gioia che si sta abilmente costruendo pian piano un ruolo e portando avanti le nostre tradizioni; e questo è davvero importante, perché la misura del valore di qualsiasi istituzione è proporzionale alla sua capacità di fondare una tradizione».

Lotta per la sopravvivenza – in esilio (1948–1964)

Nonostante le difficoltà incombenti il principe primate József Mindszenty, con riferimento alle finalità che l’Istituto aveva sempre perseguito e benché percepisse anche i pericoli che si stavano profilando, ancora nell’aprile del 1948 incoraggiava l’amministratore Gedeon Péterffy con queste parole: «Se non si cura con sollecitudine e regolarità la vita dell’anima, nessuno può essere un sacerdote in grado di resistere alle tempeste dei nostri tempi, e l’acquisizione di conoscenze pratiche (in corsi di lingua e altre materie particolari) serve soltanto a rendere i sacerdoti dell’Istituto più idonei a operare nell’ambito multiforme della missione della loro vita. […] Che portino pure in patria il maggior numero possibile di tesori spirituali ai nostri connazionali duramente provati».

Il nuovo anno accademico iniziò sotto il cielo carico di nubi scure. Papa Pio XII ricevette in udienza i membri dell’Istituto il 13 ottobre 1948 e questo rappresentò senza dubbio un incoraggiamento. Su un foglietto, un A4 tagliato a metà, datato 26 novembre 1948 venne comunicato «per conoscenza» che, a far data dal 1° novembre, sarebbe cessata la corresponsione dell’onorario al direttore Péterffy da parte del ministero per il culto e che si era provveduto a inoltrare alla banca la richiesta di restituzione dell’emolumento già accreditato per il mese di novembre. Il 18 dicembre, ugualmente a posteriori e sempre su un foglietto di dimensioni analoghe a quelle del precedente, lo stesso ministro Gyula Ortutay comunicava all’Istituto: «non mi è possibile corrispondere la dotazione mensile di novembre-dicembre dell’anno corrente». Su un ulteriore foglietto datato 24 dicembre – con un po’ di ironia, potremmo dire come regalo di Natale – il ministro chiedeva a Gedeon Péterffy, in qualità di «ex direttore» dell’Istituto, di produrre entro il 31 gennaio la rendicontazione relativa alla dotazione già liquidata ma non ancora resocontata. Due giorni dopo rispetto alla datazione di quest’ultima disposizione ministeriale venne arrestato József Mindszenty, e gli inquilini dell’Istituto non potevano certo nutrire troppe illusioni riguardo a ciò che li aspettava.

Il direttore era certo consapevole della gravità della situazione ma altrettanto lo era della responsabilità storica che ricadeva su di lui e sull’Istituto che guidava e che, sebbene sostanzialmente piccolo per organico e dimensioni della sede, nondimeno era divenuto uno dei maggiori ostacoli all’aspirazione dei comunisti a isolare la Chiesa ungherese da Roma.

Le tensioni intorno all’utilizzo dell’ingresso di Palazzo Falconieri possono essere considerate emblematiche e mostrano con chiarezza come lo Stato ungherese mirasse a rendere la vita impossibile all’Istituto e, in ultima analisi, a eliminarlo completamente. Il direttore dell’Accademia Tibor Kardos dalle ore 12 del 24 settembre 1949 fece chiudere l’ingresso principale del palazzo a causa «della catena di furti subìti negli ultimi tempi dal nostro istituto nonché a causa di altri accadimenti moralmente deprecabili». Tutti i visitatori, persino gli inquilini del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese, dovevano (avrebbero dovuto) firmare una carta d’ingresso, che serviva a esercitare un controllo assoluto sulle persone. Gedeon Péterffy però non era disposto a cedere tanto facilmente. Due giorni dopo comunicò per lettera un ultimatum a Tibor Kardos: se entro le ore 20 di quel medesimo giorno non avesse revocato o modificato il suo provvedimento, Péterffy si sarebbe rivolto alla polizia. Il controllo venne infine revocato il 30 settembre 1949. Per il momento. Subito dopo, il professor Kardos fu inaspettatamente richiamato in patria. Oltre alla questione dei portoni tenuti chiusi, attraverso i quali era possibile transitare solamente a titolo oneroso e con l’aiuto del portiere, e del controllo sui visitatori, nuove proteste suscitò la proibizione di accogliere nuovi studenti e sacerdoti nell’Istituto, decretata il 15 febbraio 1950. Successivamente, il 25 febbraio 1950 gli inquilini del secondo piano dovettero sentirsi veramente prigionieri poiché venne emesso il divieto assoluto di transitare attraverso l’ingresso del palazzo. Il 27 febbraio Péterffy dovette di conseguenza sporgere una nuova denuncia al commissariato della Polizia di Stato di piazza Sant’Eustachio. Gli inquilini del collegio pontificio non volevano cedere sulle loro posizioni: per poter circolare usarono inizialmente, per breve tempo, una finestra con una grata, collocata vicino alla strada poi, a sorpresa, con un tranello riuscirono a rompere l’assedio: a un certo punto aprirono il cancelletto inutilizzato del giardino sul lato verso il fiume. Successivamente andò in scena anche il secondo atto della faccenda del cancello sul retro: dopo un avvertimento preliminare, il 4-5 ottobre del 1950 cercarono di cambiarne la serratura, finché non si rese necessario l’intervento della polizia e, a partire da quel momento, per più di due mesi due poliziotti vi rimasero di guardia, giorno e notte.

Nella primavera del 1953 morì anche Stalin e la sua scomparsa si riflesse positivamente sulla ‘lotta di classe’ che si svolgeva all’interno dell’Istituto. Gli anni successivi trascorsero in relativa tranquillità e i rapporti ripresero una qualche vitalità anche con i dirigenti ecclesiastici in Ungheria. Il 1° febbraio 1956 il presidente della Repubblica Italiana emanò un decreto di riconoscimento della personalità giuridica dell’Istituto, che si assicurò in tal modo un’ulteriore garanzia.

Nell’autunno scoppiò in Ungheria la rivoluzione. Dopo la fuga dei comunisti dall’edificio, il 31 ottobre il Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese assunse il controllo su tutto il palazzo, mantenendolo – ultima roccaforte – anche dopo il 4 novembre, dopo che la rivoluzione venne soffocata. Vi furono accolti i rifugiati che giungevano dall’Ungheria, molti dei quali iniziarono in Italia – grazie alla generosità del governo italiano – i loro studi; inoltre, con la collaborazione degli emigranti, vi si organizzavano anche eventi culturali.

Al posto di un’immagine della Madonna, dipinta a olio, che ornava un tempo la fronte del palazzo sulla strada – danneggiata da «ignoti» nel 1951 durante il turno di sorveglianza del portiere – venne collocato nell’estate del 1957 un mosaico della Patrona Hungariae raffigurante la Vergine Maria con la Sacra Corona in quanto protettrice dell’Ungheria, commissionato allo Studio del Mosaico Vaticano e opera di Enrico Gaudenzi.

A Magyarok Nagyasszonya-mozaik (Jaksity Iván felvétele, 2016)

 

In Palazzo Falconieri il regime riuscì a riprendersi i locali dell’Accademia solamente il 1° ottobre 1957, quando il governo ungherese cominciò a minacciare di imporre la chiusura dell’Istituto Italiano di Cultura a Budapest. I dirigenti del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese erano riusciti, grazie a donazioni, a organizzare nella vicina via de’ Cestari 34 un collegio per studenti, dove i giovani rifugiati poterono continuare ad abitare da quel momento in poi.

Le tensioni naturalmente si riacutizzarono. Il mosaico raffigurante la Madonna fu staccato dalla facciata perché – si disse – stavano per essere avviati lavori di ristrutturazione dell’edificio.

In questo periodo difficile dall’Ungheria non potevano essere inviati allievi. Nell’autunno del 1950 il canonico József Zágon, appartenente in origine alla diocesi di Győr, responsabile per i rifugiati ungheresi e fresco di nomina a visitatore apostolico, propose di riempire i posti liberi assegnandoli a coloro che nella dispersione desideravano continuare gli studi.

Quando nel 1951 anche l’amministratore Gedeon Péterffy, camerario pontificio, e il cappellano Ferenc Vajda emigrarono negli Stati Uniti, la direzione generale dell’Istituto fu assunta in forma diretta da István Mester in qualità di prodirettore (ovvero sostituto). Nel 1953 l’Istituto divenne casa anche di József Zágon, che viveva a Roma già da alcuni anni e, secondo quanto risulta dai documenti, nella sua qualità di amministratore dell’Istituto fu sin dall’inizio un superiore di István Mester. Il cardinale prefetto Giuseppe Pizzardo nominò Zágon direttore del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese in data 24 febbraio 1953 e precisamente come successore di Gedeon Péterffy, individuando per lui il titolo di regens ad interim perché alla nomina legittima a rettore mancava la proposta del primate, dato che József Mindszenty era all’epoca in carcere.

Compromesso, ripartenza, nuova fioritura (19641989)

Negli anni Sessanta la Santa Sede avviò una nuova politica orientale e lo stesso Concilio Vaticano II (1962‒1965), appena iniziato, promuoveva l’apertura. Per il regime di Kádár era divenuto importante dare dell’Ungheria un’impressione migliore di quella che aveva offerto fino a quel momento e perciò, su questo punto, era questione non secondaria riuscire – o meno – a trovare un modus vivendi per il Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese, ubicato al centro di Roma, che potesse condurre sul lungo termine a una soluzione per la situazione che si era venuta a creare. È in questo contesto che, il 15 settembre 1964, si giunse tra la Santa Sede e il rappresentante del governo ungherese alla firma dell’Intesa semplice che rese, fra l’altro, nuovamente possibili le nomine vescovili in Ungheria e nel quale – a evidente dimostrazione dell’importanza della questione – si trattava ampiamente anche del Pontificio Istituto Ungherese. I dirigenti del collegio sacerdotale percepivano a loro volta l’urgenza di un cambiamento e si premurarono di segnalare preventivamente alla congregazione competente la loro disponibilità a collaborare.

Al secondo piano di Palazzo Falconieri venne dunque restituita nel 1964 la sua missione: vi poterono nuovamente tornare allievi provenienti dalle diocesi d’Ungheria. Da quell’anno il Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese fu guidato da György Zemplén, il quale prima dello scioglimento degli ordini religiosi era cistercense nell’abbazia di Zirc: nominato rettore il 23 novembre 1964 dalla Congregazione dei Seminari e degli Istituti di Studio, arrivò il 1° febbraio dell’anno seguente.

Dal 1968, essendo György Zemplén divenuto dall’autunno di quell’anno rettore del Seminario Centrale di Budapest e l’anno dopo vescovo ausiliare di Esztergom, l’Istituto fu diretto da Árpád Fábián – più tardi amministratore apostolico di Szombathely, poi vescovo diocesano in quella stessa sede – inizialmente in qualità di reggente. La nomina a rettore arrivò nel 1969.

Árpád Fábián fu nominato amministratore apostolico di Szombathely e, insieme, vescovo titolare agli inizi del 1972, ma il passaggio di consegna dell’ufficio di rettore avvenne solamente alla fine dell’anno; a capo dell’Istituto venne posto il reggente István Bagi, che acquisì il titolo di rettore dal 1973. Quando nella primavera del 1979 questi divenne vescovo ausiliario di Esztergom, nell’autunno dello stesso anno prese il suo posto László Dankó, originario dell’area ungherese della diocesi di Nagyvárad, il quale andò a sostituire József Ijjas sul seggio arcivescovile di Kalocsa nella primavera del 1987. Szilárd Keresztes, vescovo ausiliare di Hajdúdorog, assunse la direzione dell’Istituto nell’autunno del 1987 come rettore incaricato ma per breve tempo, poiché nell’estate del 1988 ricevette dal papa la nomina a vescovo di Hajdúdorog e amministratore apostolico di Miskolc.

Tra il 1977 e il 1979 il palazzo venne restaurato completamente dallo Stato ungherese e conseguentemente anche il secondo piano fu ammodernato. L’Accademia d’Ungheria in Roma restaurata riaprì i battenti nella primavera del 1979. Il secondo piano, dove i lavori erano stati terminati ugualmente a quella data, venne benedetto dal cardinale protettore del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese László Lékai, primate d’Ungheria e arcivescovo di Esztergom (1976‒1986). A coronamento dei festeggiamenti, il 6 aprile il Santo Padre ricevette gli ungheresi in udienza, ricordando nel suo discorso il 400° anniversario della fondazione del Collegium Hungaricum, avvenuta nel 1579, e il 50° dell’esistenza del collegio sacerdotale che portava dal 1940 il nome di Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese.

Nella fase che seguì il nuovo inizio del 1964, attraverso una serie di intimidazioni lo Stato aveva già adeguatamente indotto la Chiesa a rendersi disponibile al compromesso e pensava, a ragione, di poter esercitare opportuna pressione politica affinché l’‛imperialismo occidentale’ non condizionasse con effetti eccessivamente ‛dannosi’ chi si trovava nel palazzo. La Chiesa Cattolica ciononostante sperava a buon diritto che coloro che potevano varcare la cortina di ferro e vivere per qualche anno al di là di quella avessero modo di sperimentare la romanitas, di vivere nel centro della Chiesa nel mondo, in prossimità del successore di Pietro, di accostarsi alla letteratura scientifica internazionale, in patria ben più difficilmente accessibile, di arricchire la vita ecclesiastica in Ungheria di conoscenze di grande valore. Questo fu particolarmente importante nel periodo successivo alla conclusione del Concilio Vaticano II.

Szentmise II. János Pál pápa magánkápolnájában, 1983. Fehér kalocsai mintás stólában Dankó László rektor (Servizio Fotografico Osservatore Romano, Vatikánváros)

Santa Messa nella cappella privata di papa Giovanni Paolo II, 1983. Il rettore László Dankó con stola bianca ricamata a motivi di Kalocsa (Servizio Fotografico Osservatore Romano, Città del Vaticano)

Il Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese godeva di ampio riconoscimento. Ad attestarlo, papa Paolo VI, successivamente beatificato – che al tempo in cui era ancora collaboratore della Segreteria di Stato aveva seguito per decenni le sorti del Pontificio Istituto Ungherese – e papa Giovanni Paolo II, proveniente dal blocco comunista, oggi venerato nella schiera dei santi: entrambi ne ricevettero più volte in udienza gli allievi e i componenti. Collaborando a esposizioni, pellegrinaggi dell’anno santo, visite episcopali ad limina, eventi ecclesiastici e sociali, i dirigenti e i borsisti dell’Istituto contribuirono ad accrescere la fama della Chiesa d’Ungheria e, rientrati in patria, molti divennero insigni professori di teologia, musicisti ecclesiastici o vescovi.

Dal 1989 a oggi

Nell’autunno del 1988 la direzione del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese venne assunta da Csaba Ternyák, sacerdote della diocesi di Győr, inizialmente come vicerettore; la nomina a rettore giunse all’inizio del successivo anno accademico. La situazione era cambiata, come appare evidente nel fatto che il mosaico raffigurante la Madonna tolto nel 1960 venne risistemato nella sua posizione originaria nel 1991 con una solenne cerimonia e da allora è visibile in quella che era la sua antica collocazione, in una rientranza del prospetto sul lato di via Giulia: secondo l’uso romano, un lumino arde davanti all’immagine.

Nel 1992 divenne rettore il professore di teologia Imre Gonda, dell’arcidiocesi di Eger, che, rientrato in patria nel 1996, oltre all’attività di insegnante assunse anche la direzione del tribunale arcivescovile.

Nell’incarico di rettore lo seguì András Veres, divenuto in seguito vescovo di Szombathely, poi vescovo di Győr, ed eletto, nel 2015, presidente della Conferenza Episcopale Ungherese. Arcidiocesano di Eger, era stato in precedenza allievo – primo fra i rettori – del Collegium Germanicum et Hungaricum. Al tempo del rettorato di András Veres, nel maggio del 1998 fu ospite di Palazzo Falconieri il cardinale Joseph Ratzinger, futuro papa Benedetto XVI (2005‒2013), al quale venne consegnato in questa sede dal cardinale László Paskai, primate e arcivescovo di Esztergom-Budapest (1987‒2002; arcivescovo di Esztergom 1987‒1993) il premio Stephanus, riconoscimento culturale dell’Associazione di Santo Stefano e della Fondazione Stephanus.

Nel 1998 la nomina rettorale venne attribuita a un sacerdote dell’arcidiocesi di Esztergom-Budapest, il prelato László Imre Németh, il quale nel 1999 assunse anche la missione di cappellano ungherese a Roma e, un anno dopo, di coordinatore nazionale degli cattolici ungheresi in Italia. Dal 1999 il rettore di turno – con incarico analogo a quello che ricopriva un tempo Ferenc Luttor – è anche consigliere ecclesiastico dell’ambasciata d’Ungheria presso la Santa Sede. L’importanza dell’ufficio apparve chiaro nel momento in cui si dovettero coordinare gli eventi romani organizzati per festeggiare i mille anni del cristianesimo in Ungheria. Mons. László Németh, mantenendo i suoi compiti di coordinatore e cappellano, dal 2011 ha assunto l’impegno di presidente della Fondazione di Santo Stefano.

Il Pontificio Istituto Ungherese dall’autunno del 2011 è diretto da un ex allievo del Collegio Germanico-Ungarico, Tamás Tóth, dell’arcidiocesi di Kalocsa-Kecskemét.

Dopo la caduta del regime divenne necessario sistemare, adeguandola alle mutate condizioni, anche la situazione giuridica del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese. L’Accordo è stato firmato il 21 ottobre 2013 dall’arcivescovo Alberto Bottari de Castello, nunzio apostolico, per la parte ecclesiastica e da Zsolt Semjén, vicepresidente del consiglio, per la parte statale, ed è entrato in vigore il 10 febbraio 2014.

Alcune settimane prima della firma dell’accordo internazionale del 2013 il cardinale protettore dell’Istituto Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest (2002‒), nella sua qualità di presidente della Conferenza Episcopale Ungherese all’epoca, ha scoperto una lapide commemorativa nell’androne, nuovamente comune, del Palazzo, in ricordo delle «diverse generazioni di scienziati, confessori della fede e personalità ecclesiastiche» che si sono formate tra quelle mura. Il numero complessivo degli alunni supera fino a questo momento (2015) la cifra di 280 e forse arriva a trecento, se calcoliamo anche i sacerdoti, per lo più stranieri, del primo periodo che non risultano nelle statistiche; di tutti questi, novantasette sono arrivati tra il 1989 e il 2015.

Gianfranco Loghi: A Pápai Magyar Egyházi Intézet emléktáblája, 2013 (Várhelyi Klára felvétele, 2016)

Gianfranco Loghi: lapide ricordo del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese, 2013 (Foto: Klára Várhelyi)

Nel 2015 il Pontificio Istituto Ungherese ha festeggiato il 75° anniversario della sua fondazione pontificia. Nella messa di ringraziamento celebrata in questa occasione il cardinale Péter Erdő, un tempo alunno dell’Istituto, si è così espresso: «I sacerdoti, che studiano a Roma oggi, incontrano, oltre la ricchezza culturale e spirituale, anche un’atmosfera di rinnovamento […] È una grazia speciale poter seguire questo sviluppo qui, nella Città Eterna, vicino al successore di San Pietro, nel contesto di tutta la Chiesa di Roma».

(Tamás Tóth)

 

La storia più dettagliata del Palazzo Falconieri e del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese:

In vendita (in italiano, ungherese o inglese):
www.balassikiado.hu
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www.libri.hu

 

La storia dettagliata del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese:

TÓTH Tamás, Il Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese, Roma. PMI–METEM, Roma–Budapest 2017.

In vendita (in italiano o in ungherese):
http://szitkonyvek.hu